Indonesia in 3 weeks, tra riso, sorrisi e sabbia bianchissima, e con una punta di amaro.

Estate 2015. È Agosto, e in Italia si muore di caldo. Nei vari forum, e gruppi online ci dicono che l’Indonesia in questo periodo sia massacrata dai monsoni, ma le webcam mi tranquillizzano.  Ricordo ancora questa sensazione, dopo quasi un anno da questo bellissimo viaggio. Si perché fino ad oggi la pigrizia mi aveva sopraffatto, e non avevo ancora appuntato questo viaggio. Vabbè, a pochi giorni dalla partenza pensavo quasi di aver sbagliato tutto, e di ritrovarmi 3 settimane rinchiuso in hotel per le forti piogge torrenziali. Eppure le webcam mostravano sole, sole rovente, e temperature oltre i 30 gradi. Non sapevo se fidarmi delle telecamere, o dei consigli della gente, gente di tutti i tipi. Gente che non aveva mai visto Bali, gente che non aveva mai messo piede in Asia, eppure non si dispensava dal darti il suo parere: “Attento, ci sono i monsoni in quel periodo!!” Oppure, “Attento! Lì fanno gli attentati! È gente pericolosa”.

Dopo aver girato per anni l’Asia, so che alcune zone sono sconsigliate e altre più riparate dai monsoni.. A distanza di un anno da questo bellissimo viaggio ho deciso di rispondere loro con una semplice foto. Ormai ho imparato che la gente ha paura di ciò che non conosce, o per chissà quale gelosia cerca di distrarti dal tuo percorso. Invece io sono lì, pronto a pianificare il mio prossimo giro, questa volta verso la Malesia (ma non vi anticipo nulla.. Ne riparliamo ad Agosto 2016).

tramonto2

Comunque, torniamo all’Indonesia. Anche questa volta siamo io e Filippo, e come sempre l’unica tappa prefissata da casa, è la prima notte di hotel, al nostro arrivo a Jakarta. Non ci serve altro. Ormai sappiamo come funziona, e ci muoveremo una volta arrivati lì, secondo quello che ci passerà per la mente, al momento. Niente schemi, nessun programma di viaggio o tabella di marcia, solo un elenco di posti che ci piacerebbe vedere in quei 20 giorni.

Alcuni posti sicuramente turistici, altri meno; in mezzo troveremo mercatini, centri commerciali, spiagge turistiche e spiagge desolate, sarti, warung, chitarre, nuova gente, ostelli, palme, creme solari e parleremo di Germano, che ci insegnerà a surfare.

Dopo una decina di ore di volo arriviamo a Jakarta, che si presenta come ce l’aspettavamo, caldissima, afosa, e piacevolmente piena di vita. Ma non ci fermeremo qui, almeno per il momento. Ci lasceremo un paio di giorni probabilmente, al ritorno per girare la città. Ora stringiamo i denti, e ci spingiamo ancora più ad est. Siamo diretti a Bali! Saltiamo sul nuovo aereo Airasia QZ7534, che ci porterà in un’ora o due all’aeroporto di Denpasar.  Ormai è mezzanotte passata, e siamo sazi del cibo ingurgitato nei tre voli che abbiamo affrontato durante tutta la giornata di viaggio. Dopo centinaia di viaggi, comincio ad apprezzare il cibo in aereo, le piccole posate, il tovagliolino al limone per pulirti le mani, la vaschetta bollente con pollo e patate, la piccola pagnotta di pane integrale, e la macedonia freschissima di mele, arance, uva, e succo di limone.

All’arrivo in hotel il receptionist ci mette subito in guardia rispetto alla spiaggia di notte. “State attenti, di notte girano degli strani individui che vi ipnotizzano, e vi derubano”. Un po’ increduli, ci dirigiamo proprio in spiaggia. In realtà volevamo andare a dormire e riposarci, ma ormai il tizio ci aveva incuriosito, e siamo usciti a vedere se il Jucas Casella Balinese esistesse davvero. Mica per niente, ma a meno che non parliamo di ipnosi indotta con qualche utilizzo di qualche droga, non è che uno arriva schioccando le dita e tu cadi in trance..

Beh, infatti l’unica cosa che abbiamo trovato quella notte a Kuta beach, è stato il simpatico omino che ci ha venduto le birre, la spiaggia poco illuminata da una pallida luna calante e l’echo della risacca. C’era anche una chitarra che risuonava qualche centinaio di metri lontano da noi, ma era davvero troppo lontana per capire cosa suonasse.

Direi che dopo 16 ore di viaggio ci possiamo accontentare.

kuta

Il mattino seguente siamo di nuovo a mangiare, come se non mangiassimo da mesi, e la colazione è più che abbondante nel nostro “lussuoso” hotel da 30€ a notte.

Siamo lì, di fronte al mare, pieno di surfisti e aquiloni che volano altissimi per il forte vento. Gustiamo il nostro succo d’arancia, godendoci il panorama e il traffico che già aumenta di buon mattino. Ma noi vogliamo andare ancora verso est. Ripensiamo che l’Indonesia è più ad est rispetto al Vietnam, che avevamo visitato lo scorso anno. Abbiamo la sensazione che la distanza dall’Italia a questo punto sia minore continuando il giro verso est. Siamo davvero lontani da casa. Ed è una sensazione che ci piace, come la distanza percorsa, ci allontani anche dai piccoli problemi e dalla staticità che avevamo lasciato nel nostro paese.

 

Gili Trawangan

Nel primo pomeriggio avevamo già prenotato una stanza al Martas, un piccolo hotel delle isole Gili per il giorno successivo. Trawangan è la più grande delle isole Gili, e la più movimentata. Finalmente la vediamo in lontananza, a bordo della nostra fastboat, coi suoi dieci motori che ci sbatte a tutta velocità sulle onde.

gili boat

Parecchia gente a dir la verità si sente male, ma per i marinai, sembra routine, e a chi si sente male, semplicemente lasciano un secchio vicino per non sporcare tutta la barca. Cerco di concentrarmi, per non guardare e non ascoltare le decine di poveretti con gli occhi di fuori che emettono gemiti demoniaci. Manca poco, basta non farci caso. A Trawangan non esiste un porto, e il motoscafo semplicemente si avvicina alla terra ferma arenandosi sulla spiaggia. Togliamo le scarpe e saltiamo in acqua con le nostre valigie per raggiungere la spiaggia asciutta.

gili

La sabbia finissima e bianca riflette il sole come uno specchio. Credo sia il momento di riposarci sotto una palma con un cocco fresco. Abbiamo tre giorni di riposo assoluto, da dedicare al mare, ai pesci, ai coralli e al fare nulla. Trawangan è una piccola isola, in questo periodo molto trafficata e piena di Australiani. Si riconoscono per il loro slang stretto, fatichi a capire quello che dicono. Ce ne sono davvero tanti, ma poi ripensiamo che effettivamente siamo a due passi dall’Australia. Credo che Trawangan sia la loro Riccione, la loro riviera romagnola, dove si beve, e si balla fino a notte inoltrata. Noto che molti turisti non sono così rispettosi del luogo, così come alcuni indonesiani, che per racimolare qualche soldo, massacrano letteralmente dei poveri cavalli senza acqua e senza riposo, sotto il sole cocente dell’isola (e anche di notte!), facendogli portare a spasso fiumi di turisti. Un’isola dove la vita mondana è tutta concentrata in uno stradone lungo non più di 1200 metri;  un’isola che volendo si gira a piedi in poco più di 1 ora. Si capisce subito che Trawangan è una piccola Las Vegas, dove le regole indonesiane non valgono (o sono molto allentate), dove comanda il turista, quello tamarro, che porta soldi.

La prima impressione è che tutto è progettato per farti spendere soldi, anche se in fin dei conti, i prezzi sono più che onesti. Cerco di non far caso a questa gestione occidentalizzata. Ad ogni modo basta tenersi un po’ in disparte per estraniarsi da questo modello consumistico creato sull’isola. Me ne vado in spiaggia, con occhiali da sole e asciugamano, e mi scrollo di dosso tutto questo casino, almeno per il momento.

Torno a godermi l’isola ed il mare cristallino, noto che i fondali non sono profondi, e almeno da questo lato, si tocca con i piedi anche a una ventina di metri a largo. Seduto sulla mia roccia, con i piedi in acqua riesco a vedere decine di pesci tropicali, di quelli che ho sempre visto negli acquari e che non avevo mai immaginato fuori da un vaso di vetro prima d’ora.

Le Gili sono belle anche per le immersioni e lo snorkeling. Ne approfittiamo per fare un giro anche noi, accodandoci ad un gruppo di turisti che stavano per partire. Il barcone è pieno e le facce sono sorridenti, vedo molte coppiette, ma anche molti gruppi di amici, di tutte le razze. Siamo in 40, credo di aver contato bene, e vedo almeno i connotati di una quindicina di paesi. Ecco questa è una sensazione che mi piace; ascoltiamo tutti il boat manager, un ragazzo poco più che ventenne, che ci regala qualche dritta, e ci dice di rimanere in gruppo, e di incollarci a lui, se vogliamo avere qualche possibilità di vedere una tartaruga marina. La parola tartaruga è la parola magica, e il solo nominarla scatena un ovazione generale e un brusio. Il ragazzo ci tiene però ad avvisare tutti di non toccarle, e di non essere troppo invadenti nel caso riuscissimo ad avvistarle. Faremo tre soste, fermandoci nelle baie di tutte e tre le Isole, quindi anche a Gili Meno e infine Gili Air, dove ci fermeremo per il pranzo.

La gente comincia a scegliere la propria maschera, in un mucchietto di accatastato al centro della barca. Qualche ragazza si lamenta del suo boccaglio che sa di fumo. “Che schifo” pensiamo, ma non abbiamo scelta, saremo costretti a usare il boccaglio che chissà chi ha usato prima di noi.

Siamo su un bellissimo reef, e sotto di noi si vede uno strapiombo. Un punto dove un attimo l’acqua è profonda non più di 3 metri, e un attimo dopo il fondale si inabissa, in un blu intenso che non ti lascia intravedere il fondo. È qui che incontriamo la maggior parte dei pesci. Ed è qui che subito incontro la mia tartaruga. Fortunatamente nessuno oltre me e Filippo si erano accorti, per cui riesco a seguirla per un po’. A vederla non sembrava poi tanto disturbata dalla nostra presenza, immagino che debba condividere spesso quel fondale con i turisti, e che quindi non ci faccia più caso. Comunque se fuori dall’acqua la tartaruga è lenta, dentro è un missile. Nuota costantemente, alternando prima una pinna, poi l’altra, risalendo prima verso la superficie, poi affondando verso il blu più scuro. Riesco a nuotargli vicino, finché una decina di altri turisti non la notano, sbracciando e agitando l’acqua per correrle dietro, facendola scappare immediatamente. Saluto così la mia tartaruga, tornandomene a bordo della barca, e aspettando il prossimo stop sulle rive di Gili Meno, dove ci sono degli splendidi coralli. Con la schiena a pelo d’acqua, ringrazio la crema solare protezione 50 che mi salverà da una fortissima scottatura. Ci sono molte basche intorno a noi, tutte piene di aspiranti sommozzatori turisti come noi, ciascuno alla ricerca del pezzetto di barriera corallina più bello. Per la verità il punto più bello l’ho scovato io, un angolo dove ho trovato una conchiglia di almeno 60-70 centimetri, nascosta tra l’erba e ricoperta da alghe, che spruzzava residui di sabbia e pezzi di minuscoli molluschi. Non so quale sia il suo nome scientifico, ma una conchiglia di quelle dimensioni non l’avevo mai vista.

 

Gili Air

C’è un’atmosfera più calma, rilassata; la pausa pranzo è piacevole, e ci fermiamo a chiacchierare con i ragazzi che lavorano al bar. Ne conosciamo un paio, fanno la stagione, proprio come da noi, e dopo aver lavorato qualche mese se ne tornano a casa con un bel gruzzoletto, gonfiato ancora di più dalle mance dei turisti. Loro sono “fortunati”, stando a contatto con i turisti riescono a guadagnare uno stipendio “dignitoso”, certo non ancora lontano dai nostri standard, ma sufficiente per il tenore di vita indonesiano.

Sono giovani, si divertono, e il loro lavoro non è stancante, almeno così ci dicono. E noi gli crediamo, visto che ci troviamo in una specie di paradiso. I piatti sono molto semplici, prevalentemente carne di pollo, cocco, e le uova sono delle galline che ci razzolano attorno, ci dicono. I gatti spanciati a terra hanno tutti la coda storta. Dopo averglielo fatto notare ci rispondono che nemmeno loro sanno il perché.  Ma al di là della coda sono loro i veri re! Dormono all’ombra buona parte della giornata, e fanno qualche miagolio ammiccante al turista di turno per guadagnarsi un po’ di cibo avanzato dai tavoli. E poi hanno la sabbia della spiaggia! Un’immensa e felicissima lettiera, che gli permette di coprire i loro bisogni in un paio di zampettate. Sono convinto che quella sia la loro soddisfazione più grande!

Ci fermiamo a chiacchierare con una coppia di ragazzi che avevamo conosciuto poco prima in barca, Francesco e Claudia, due fuoriclasse, residenti a Ferrara per lavoro, ma entrambi provenienti dal sud.

Dopo una bella mangiata e una piacevole chiacchierata con i nostri nuovi amici acquisiti, rientriamo a Trawangan per il sunset, che si svela maestoso, in una esplosione di tonalità dar rosso all’arancio, al giallo, al viola all’azzurro. Per l’occasione piazzo la mia federe gopro in timelapse. Chiaramente tempo sprecato, visto che un tizio dai connotati esattamente cinesi, poco romantico verso il tramonto, si ferma a mangiare un “panino con la milza” poco più in là, proprio davanti all’obbiettivo, addirittura piazzando la sua fottutissima fotocamera davanti la mia, proprio a qualche metro, rovinandomi completamente la scena. Vabbè, sono in vacanza, non vale la pena arrabbiarsi.. Vorrà dire che dovremo accontentarci solo di qualche scatto e di un paio di birre, anche se in fondo sappiamo che quel tramonto ci rimarrà dentro, senza bisogno di alcuna foto. 

 

Lombok

Assaliti dalla nausea verso gli australiani (e non è che io abbia qualcosa contro di loro, è che semplicemente vedevo biondi con una parlata incomprensibile a ogni angolo) scappiamo dalle Gili. Tanto per cambiare ce ne andiamo ancora un po’ più ad est, sull’isola di Lombok.

Dopo una prima litigata con dei tizi che ci tirano giù i nostri zaini semivuoti dalla barca e che volevano essere pagati per questo, riusciamo ad arrivare alla stazione di Sengiggi, per dirigerci a sud. Non abbiamo ancora un posto dove dormire, e lungo la strada vediamo solo qualche resort extralusso, o baracche ridotte piuttosto male. Come al solito confidiamo nella buona sorte, o come dicono da quelle parti, nel karma, che puntualmente ci stupisce. Arriviamo al centro della piccola cittadina di Kuta Lombok, e proprio nella piazzetta c’è un piccolo ostello, il Segare anak bungalow and restaurant, che ha ancora un paio di letti liberi. Non possiamo che cogliere al volo quel segno divino, e fermiamo subito i letti, anche se ci ritroviamo in una grandissima camerata di una quindicina di persone. Non è che la pulizia fosse impeccabile, ma non abbiamo incontrato animali feroci; forse giusto qualche bacarozzo, ma da quelle parti sono piuttosto comuni, e quindi ci rassegniamo alla loro presenza, cercando di non dargli troppa importanza. Affittiamo un motorino per 4 dollari al giorno, e partiamo a tutto gas alla scoperta dell’isola. Palme ovunque… un posto selvaggio, dove il turismo di massa non è ancora arrivato! A dire il vero, il turismo sta arrivando ora, ma è davvero ai primordi su quest’isola, si salveranno ancora per almeno una decina di anni prima di una “invasione” cinese o occidentale.

La birra è nostra amica. Nonostante il caldo, nonostante siamo in culo al mondo, nonostante abbiamo percorso 20km con quel motorino su e giù per delle salite che avrebbero fuso il motore di un Hammer, scoviamo il chiosco di un omino, viso simpatico, solcato dalle rughe, che da lontano ci scruta, si toglie il cappello, e con quello ci fa cenno di avvicinarci. Sapeva il nostro punto debole, La birra! Dopo averci fatto dissetare con due Bintang ghiacciate se ne torna al suo bancone, più soddisfatto per averci quasi salvato la vita dalla disidratazione che per i due dollari guadagnati. Purtroppo l’isola ha una grossa nota dolente. Le spiagge sono tanto belle, quanto invase dalla plastica. Credo che nell’oceano indiano si formi qualche sorta di corrente, che ammucchia la plastica di tutto il mondo in quelle splendide spiagge. Fortunatamente l’altra spiaggia che raggiungiamo più tardi, Tajunn Ann, non era invasa dalla plastica, e ci risolleva giusto un po’ il morale.

La plastica è stata la peggior invenzione della storia. Rimarrà ad inquinare per secoli,  non ho altre parole, solo forte rabbia per la nostra inciviltà.

La sera passa in fretta, suonando la chitarra assieme ad altri ragazzi conosciuti all’ostello.

Il giorno dopo è sempre dedicato alla calma e alla ricerca di una spiaggia che non sia infestata dalla spiaggia. Tajun ann, mi pare si chiami, una delle spiagge più belle mai viste. Ci ritroviamo a bere un cocco in uno degli angoli più belli del mondo, davanti a quel tramonto rosso fuoco che in ogni angolo indonesiano, ovunque ci troviamo, comunque ci lascia stravolti. 

 

Kuta Bali

Siamo di ritorno a kuta Bali, e qui Filippo viene letteralmente folgorato dal surf. La sequenza verosimile è questa: ci avviciniamo alla bellissima spiaggia di kuta, proprio di fronte al nostro hotel. Il mare in quel momento è una tavola, e delle basse onde, proprio adatte a principianti lo stanno aspettando. Nota alcuni ragazzi intenti a cavalcare le onde, ed esclama: “Ecco! Diventerò un surfista!” 10 minuti dopo assume Germano, il nostro mitico riferimento a Kuta per farsi dare lezioni di surf. Dopo 3 ore di lezione, Germano è spossato, infreddolito, ed esce quasi in ipotermia dall’acqua. Filippo è ancora lì, nel pieno delle energie, che sbraccia tra le onde e sulla sua longboard, e non si rende conto del sole che tramonta. Soltanto la sera, quando finalmente si sdraia a letto, dichiara: “..sono un po’ stanchino..” e crolla in uno stato di coma profondo.

Il giorno dopo, Germano è irreperibile, probabilmente scappato in Messico per il terrore di ritrovarsi davanti Filippo che gli commissioni nuovamente una giornata di lezione.

In realtà siamo sazi, e/ma abbiamo ancora appetito. L’Indonesia ci piace, ci piace davvero, la gente è ospitale, e se anche è chiaro che molti puntano al tuo denaro, lo fanno con discrezione, senza insistenza. È vero, è un paese povero, ma sono convinto che almeno i giovani, quelli a contatto con i turisti, abbiano la possibilità di migliorare il loro paese e renderlo più ricco. La globalizzazione ha il suo rovescio della medaglia. Inevitabilmente l’Indonesia perderà un po’ della sua autenticità nei prossimi anni, per guadagnarsi un tenore di vita migliore, l’importante è che non svendano la loro cultura e le loro tradizioni.

 

Ubud

Ubud è una città dai mille volti. Meriterebbe un intero racconto, ma sarò invece veloce, per non invogliare troppo la gente a visitarla; non vorrei che diventi troppo “globalizzata”. È una città antichissima, tradizionale, con la sua monkey forest (quasi fatale per Filippo che ci stava per “rimettere” la vita discutendo con una scimmia assassina), ma è anche una città turistica, dalle decine di mercatini e localini dove mangiare specialità indonesiane. Uno dei posti più belli dell’Indonesia, una città che va scoperta cercando di non stravolgere quel sottile equilibrio che ancora la mantiene autentica. Con l’occasione sfruttiamo Ubud come base logistica per fare poi il tour classico, arrivando fino al Tnah Lot sulla costa ovest di Bali,  poi al Goa gajah a una manciata di km da Ubud, e infine fino al tempio sul Beratan Lake, poco più a nord. Tutti posti che ti lasciano con la pelle d’oca, per la spiritualità che evocano.

 

 

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Yogjakarta, Borobudur e Prambanan

Credo che alla fine abbiamo preso una decina di aerei in 21 giorni, è sicuramente il mio record. Anche in questo caso un fortunato volo interno very cheap ci permette di volare da Denpasar a Yogyakarta. Tappe obbligate ai due templi ovviamente. Il Borobudur è un’immensa costruzione dove puoi arrampicarti, salendo dei ripidi gradini. È composto da due o tre piani, ed è contornato da decine di “campane” in pietra, grandi più di una persona. In giro per il tempio è impossibile non imbattersi in decine di turisti cinesi, che rendono impossibile scattare una foto decente, ma alla fine penso che potrebbero pensare la stessa cosa verso di me, e lascio stare. Dall’alto del tempio puoi vedere la foresta, tutt’intorno, che circonda il sito archeologico. È anche tardi, saranno almeno le 20:00 ed il tramonto ci sta preparando un bellissimo spettacolo da gustare.

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Se non fosse stato per il caldo sarebbe stato il viaggio perfetto, ma è inutile lamentarsi. Ad essere onesto immaginavo una sensazione forte come quella vissuta in Cambogia, ad Angkor lo scorso anno, ma quel pugno allo stomaco, quella botta di adrenalina mischiata allo stupore non è arrivata. Pur essendo un bellissimo tempio, non ho sentito la stessa energia che avevo attraversato nei templi di Angkor Wat. Forse per la stanchezza, o forse devo essermi assuefatto a tutti questi templi, ma la sostanza è che mi aspettavo un “formicolio” nella testa che non c’è stato. Il Prambanan è un luogo molto spirituale, molto sentito da centinaia di pellegrini che lo visitano tutti i giorni. Noi non facciamo altro che accodarci alle decine di persone che letteralmente si arrampicano sulle varie scalinate per visitare l’interno dei templi. Il sole come al solito è altissimo e cocente, siamo al limite della sopportazione, e in qualche momento avremmo voluto essere all’ombra di una palma, con un white russian e cappello di paglia in testa. Eppure questo viavai caotico di persone ci piace, è questo quello che innalza nuovamente il punteggio di questo sito archeologico/spirituale: il vedere tutta questa gente, bambini, donne, e anziani salire con fatica in cima alle grandi scalinate.

È ormai sera quando usciamo nuovamente dal nostro hotel, dopo esserci freddati sotto una doccia ghiacciata. Il mercato di Yogyakarta è caotico, tanto che sembra di essere in India, eppure nessuno ti ferma continuamente, puoi osservare la merce sulle bancarelle senza sentire il fiato sul collo dei venditori. Ci aggiriamo con la palese intenzione di acquistare qualche souvenir da riportare a casa, meglio ancora se qualche dipinto. La qualità della merce è bassina, ed i prezzi non ci convincono del tutto, quindi per il momento non ci sbilanciamo, e con nostro stesso stupore, deviamo dallo shopping,  verso il primo ristorante che ci cucini qualcosa.

Mille cose mi sono sicuramente sfuggite, alcune non le scrivo per pigrizia, altre mi torneranno in mente un giorno, pur non avendole appuntate qui.. altre le aggiungerò all’articolo, magari in una revisione futura, come la storia d’amore tra Filippo ed il surf, come la storia del matrimonio lungo la strada a Lombok, o quella della “parente” del re di Lombok.  E poi ancora le contrattazioni ai mercatini… Poi c’era anche il progetto di aprire una ciambelleria/pizzeria a Bali. Ci sarebbe ancora da scrivere un po’..

Ah, questa me l’ero quasi dimenticata. Ve la anticipo soltanto, poi ci tornerò sopra in seguito con i dettagli. Eravamo ancora a Lombok, al rientro di una bellissima giornata di mare con tanto di tramonto mozzafiato. Avevamo guidato per oltre 20km per le strade desolate dell’Isola, ed al ritorno la gomma del motorino ci abbandona, nel bel mezzo del nulla, a orario indecente. Dopo soli cinque minuti un tizio ci ha tirato fuori dai casini, quando mai ce lo saremmo aspettati, caricandoci sul suo pickup con tutto il motorino e facendo aprire un meccanico per sistemarci la ruota. Se non è fortuna questa!!

Beh, chiudo qui la storia, anche se a breve tornerò sicuramente con qualche dettaglio. Al momento mi sono solo limitato a descrivere l’accaduto. Per le cazzate e le varie storie divertenti ci farò un post a parte.

2 comments for “Indonesia in 3 weeks, tra riso, sorrisi e sabbia bianchissima, e con una punta di amaro.

  1. 19 luglio 2016 at 19:19

    Ritornerò ad agosto a Bali in una tappa tra Singapore Cambogia e Indonesia…bello leggere che questi luoghi regalano così tante emozioni anche ad altri viaggiatori che condividono questo amore per l’Asia! Vado a leggermi il post sulla Cambogia

    • Paolo
      19 luglio 2016 at 21:46

      Parto anche io in agosto per la Malesia e Singapore. Buon divertimento e scatta tante foto

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